• Come aiutare un alunno in difficoltà
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  • Alunno in lutto

Studio di Psicologia – Albignasego – Padova
D.ssa Cristina Anile

Come aiutare un alunno in difficoltà

La difficoltà dell’insegnante nel gestire un alunno sofferente

Non raramente capita che il corpo insegnanti si trovi a dover gestire situazioni in classe non poco complesse ed a dover aiutare un alunno in difficoltà.
Molto spesso infatti, i ragazzi riportano nella vita scolastica i disagi e i turbamenti riscontrati  nella vita quotidiana e familiare, portando cosi gli insegnanti ad avere una grossa responsabilità su ciò che sarà il loro ruolo.

I disagi più comuni possono essere causati da:

  • una separazione familiare;
  • una perdita genitoriale;
  • una causa di altro tipo.

Al di là della causa sottostante al comportamento preoccupante, ciò che è importante, è che l’insegnante non resti indifferente al disagio mostrato dal ragazzo. Spesso per esempio, nelle separazioni conflittuali il ragazzo già in casa sperimenta l’angoscia di divenire invisibile dinanzi ai conflitti genitoriali, cosi facendo tutti i suoi bisogni rimangono inascoltati,   come conseguenza a ciò il ragazzo potrebbe assumere comportamenti poco funzionali solo per  attirare l’attenzione, e potere essere preso nuovamente in considerazione.

Se l’alunno presenta comportamenti oppositivi e aggressivi…

Se vi capita di confrontarvi con alunni difficili è bene che ricordiate sempre che ognuno a modo suo comunica qualcosa. Sta a voi capire il significato di un qualcosa a volte visto come privo di senso.
L’aggressività è una modalità appresa, in tal modo come ogni altro comportamento appreso può essere modificato e limato.

Se l’alunno presenta in classe comportamenti strani o aggressivi, è un alunno in difficoltà. E’ importante, quindi, dedicare del tempo extra a quest’ultimo. Sarebbe consigliabile parlare al ragazzo non davanti gli altri compagni, così facendo non avremmo certamente un’apertura da parte sua, ma anzi lo porteremmo a sottolineare ancora di più la sua diversità nei confronti dei compagni.

Allontaniamo l’idea che se un ragazzo è problematico lo sarà per sempre, cosi facendo lo stiamo stigmatizzando, e, prima o poi, anche lui crederà di non poter essere altro che quello che tutti credono. Aiutiamolo a capire come mai si comporta cosi, cos’è che lo rende cosi agitato, cosi aggressivo. Insegnamogli che si può essere arrabbiati anche in uno modo più sano, che è giusto mostrare il proprio dissenso, ma che lo si può fare in un modo più costruttivo. Se un alunno mostra uno stile comunicativo aggressivo, con atteggiamento provocatorio, non lasciatevi coinvolgere dalla sua rabbia, non entrate sullo stesso  livello di modalità comunicativa, otterrete solo risultati peggiori.

Se rispondete con tono rabbioso ad una persona che si rivolge a voi  nel medesimo modo, non farete altro che intensificare il circolo vizioso. Infatti una persona, che viene attaccata, pensa a difendersi e non ad ascoltare. Il vostro obiettivo, invece, deve essere proprio quest’ultimo, l’ascolto. Mostrate un tono pacato, rimanderete all’alunno il messaggio che non siete arrabbiati con lui e che, anche se lo foste, è possibile comunque gestire la rabbia in un modo più appropriato, più sano, mantenendo sempre il rispetto per l’altro.

Ed anche lui, come ogni altra persona, è degno di essere rispettato. Ricordatevi che l’aggressività viene spesso utilizzata per nascondere delle fragilità. “Attacco per non essere attaccato”.

Cosa può fare l’insegnante

L’insegnante, in questi contesti, può assumere un ruolo importante nell’aiutare l’alunno in difficoltà a fronteggiare il momento di instabilità che sta vivendo.

Il solo fatto di notare il  suo malessere, potrebbe essere per lui motivo di conforto. E’ importante in questi casi avere un approccio  empatico mostrando interesse per l’alunno, non solo dal punto di vista del profitto scolastico, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista umano. Come per gli adulti diviene difficile fronteggiare la quotidianità in presenza di un problema, la medesima cosa capita ai ragazzi, solo che per loro il tutto si complica.

Infatti, mentre l’adulto è già in possesso di   strumenti e capacità di coping più raffinate e validate  per fronteggiare eventi stressanti,  l’adolescente no, proprio perché è in una fase di vita di pura costruzione.

Non bisogna poi tralasciare il fatto che nella fase adolescenziale l’obiettivo primario è quello di raggiungere il prima possibile un grado di autonomia soddisfacente, e il chiedere aiuto in una situazione di difficoltà è spesso vissuta dal ragazzo come “non essere in grado di…” con conseguente sensazione di frustrazione. Fategli capire invece, che si diviene adulti proprio chiedendo aiuto, e che anche voi alla loro età avete affrontato situazioni in cui l’aiuto degli altri è stato un elemento fondamentale. Non puntate alla competizione come clima della classe per stimolare all’apprendimento, quanto piuttosto alla collaborazione, motivate i vostri alunni a condividere anche i problemi.  Insegnategli ad avere fiducia nell’altro.

Sarebbe consigliabile mirare non tanto alla premiazione del  risultato, quanto piuttosto  alla valorizzazione dell’impegno impiegato per cercare di raggiungerlo. Applicando tale strategia,   date voi per primi l’esempio  che non è importante vincere o prendere un bel voto, quanto piuttosto il vero risultato sta nell’aver dato il massimo per qualcosa in cui si è creduto (rinforzamento del valore).  Quindi ad essere premiato è l’impegno e non il risultato.

L’alunno in lutto

Nel caso di un alunno sofferente per la morte di un genitore, è importantissimo rispettare il suo dolore e i suoi tempi di recupero. Questi tempi possono differire da alunno in alunno, e dipenderanno dal sostegno familiare che il ragazzo percepisce, dalla tipologia di morte, cosi come dal tipo di morte.

Una morte per malattia oncologica per esempio, spesso è anticipata da un lungo periodo di sofferenza che la famiglia, insieme al malato, vive intensamente. Infatti, oltre ad un primo cambiamento dell’ iniziale assetto familiare, dovuto alla malattia e al suo decorso, il ragazzo dovrà affrontarne un altro, inseguito alla morte del proprio caro. La perdita di un genitore è un momento molto doloroso in qualsiasi età, per un adolescente lo è ancora di più. Quest’ultimo infatti a differenza dei bambini comprende immediatamente l’irreversibilità della perdita, come accade nell’adulto, ma a differenza di quest’ultimo, non ha gli stessi strumenti per affrontarla.

E’ fondamentale offrirgli  la vostra vicinanza e comprensione, fatelo sentire meno solo in questa sofferenza. Non forzate il ragazzo a continuare la vita di prima(niente è più come prima, inutile negarlo), le frasi di circostanza in questi casi servono a ben poco, e anzi possono sortire a volte, l’effetto contrario, perché danno l’idea al ragazzo che non capiate ciò che lui sta vivendo. Spronatelo piuttosto ad aprire il suo dolore, a condividerlo, dategli l’opportunità di vedervi non solo come il professore, ma anche come punto di riferimento. Basta poco, a volte basta solo ascoltare e mostrarsi interessati al dolore dell’altro per far si che questo possa trovare  un aiuto concreto alla sua sofferenza.

Pensate che i ragazzi hanno molta difficoltà nel  farsi vedere fragili. Insegnategli che la fragilità fa parte dell’essere umano e che non toglie nulla alla persona in quanto tale, ma anzi è una possibilità per riscoprire nuove risorse.

Il vissuto di perdita è un momento molto delicato della vita per ognuno di noi, è importante per chi lo vive sentire di avere la possibilità di vivere il proprio dolore senza che vi sia un tempo stabilito per il termine di questo. E’ bene ricordarsi che non si possono educare i ragazzi all’empatia, se loro per primi hanno sperimentato l’indifferenza dell’altro nei momenti di fragilità.

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